Is there anybody out there

I

Premessa

In meno di tre minuti di musica ed in 5 parole, i Pink Floyd riescono a descrivere la frattura della psiche di Pink causata dalla consapevolezza del definitivo completamento del suo muro e del conseguente distacco dal mondo esterno: è raro trovare una canzone strumentale così semplice che riesca a creare una tale atmosfera evocativa.

Nella sua intervista del 1979 con Tommy Vance, Roger Waters ha descritto la canzone come un “pezzo d’anima“: l’atmosfera creata dalla chitarra classica sostenuta da leggere parti orchestrali dipinge con dolcezza lo stato di completa solitudine nel quale il protagonista è sprofondato a seguito dell’abbandono della moglie.

Pink si trova in uno stato di piena consapevolezza riguardo l’essenza della sua creazione: il muro è lì, lui sa che c’è, sa che è troppo spesso per riuscire a sentire le voci degli “altri”, sa che è troppo alto per poterlo scavalcare.

Bisogna fare qualche sforzo per raggiungere empaticamente lo stato d’animo del protagonista, la prima domanda che viene naturale porgersi guardando l’uomo spaurito davanti a quel muro è: ma in fondo se l’è cercata, è quello che voleva. Ebbene, sul fatto che Pink desiderasse ardentemente di staccarsi dal mondo degli “altri” non ci sono dubbi, la rockstar ci ha fino ad ora descritto minuziosamente forma e sostanza di ogni mattone che ha contribuito a rendere la sua “barriera” con gli altri solida e afona: la mancanza del padre evocata dal bambino di Another Brick in the Wall pt. 1; l’eccessivo istinto protettivo della madre descritto in The Thin Ice e Mother; il rapporto conflittuale con l’autorità rappresentato dal maestro di Another Brick in the Wall pt. 2 ed in senso più ampio verso il potere politico degli stati, ambedue complici di una strategia perversa utile alla creazione di cittadini perfetti, uomini senza volto e personalità, privi di spirito critico e per questo manipolabili a piacimento, quelle vite comuni da poter mandare a morire dai signori della guerra di Goodbye Blue Sky con la menzogna di una pace ch’è solo equilibrio tra forze. La goccia che ha fatto traboccare un vaso quasi stracolmo è stata sicuramente la fine di quel matrimonio celebrato per fare un dispetto alla madre con la consapevolezza di non essere in grado di amare pur sentendone disperatamente il bisogno (Don’t leave me now) e a poco era valso il breve viaggio fra i beni materiali e le relazioni senza significato di What Shall we do now e Young Lust ch’egli credeva potessero riempire quegli spazi nell’anima che pian piano si svuotavano. Ecco arrivare quindi l’addio sussurrato di Goodbye Cruel World che celebra la posa dell’ultimo mattone.

Come già detto nei precedenti interventi, Pink ha sempre rivestito un ruolo da vittima nei confronti di tutti i suoi mattoni: a chiarirlo esplicitamente le sequenze della piscina in The Thin Ice e Don’t Leave me now dove l’uomo arriva ad auto-celebrarsi nella figura di Cristo. A suo giudizio, se la madre non gli avesse messo paura dicendogli che il mondo fuori è brutto e le donne cattive, probabilmente le sue relazioni sarebbero state più autentiche, magari il suo matrimonio avrebbe pure funzionato; e così se il maestro non avesse tentato di reprimere la sua individualità probabilmente non sarebbe stato ossessionato dall’idea di salire su un palco ed essere lui a determinare l’individualità degli altri.

Ad un’analisi superficiale, l’infelice successione di eventi che hanno costellato la vita della rockstar potrebbe far pensare che l’uomo in fondo ha avuto molto sfortuna. Tuttavia ci sono numerose suggestioni nelle immagini del film e negli stessi testi che ci portano a credere in una responsabilità diretta del protagonista per ciò che gli accade.

A giustificare quella che potrebbe essere considerata una tendenza autolesionistica si può fare riferimento a quello che in psicologia viene definito col termine “copione“. Per comprendere bene il concetto immaginiamo un bambino che riceve continuamente ingiunzioni negative dalla propria figura genitoriale (in questo caso la sola madre): le donne ti tradiranno, gli altri ti uccideranno, solo tua madre è in grado di proteggerti etc. Ebbene, tali ingiunzioni contribuiscono alla creazione di un copione di vita, una sorta di destino cui non riusciamo ad opporci per la mancanza di strumenti adeguati e al quale ci rassegniamo sin da giovani. Durante la crescita e per tutta la vita la forza di questo copione si manifesta nelle nostre azioni, anche se non ne siamo consapevoli faremo in modo che le cose vadano esattamente come sono scritte: è vero che la moglie di Pink lo avrebbe tradito, però è anche vero che non l’avrebbe mai fatto se lui non le fosse stato emotivamente lontano. Paradossalmente Pink aveva posto in essere tutte le condizioni per fallire nelle sue relazioni interpretando, con se stesso e con gli altri, un ruolo da carnefice/vittima: carnefice quando si trattava di allontanare l’altro, vittima quando veniva “giustamente” abbandonato per la sua condotta.

Non c’è dubbio sul fatto che il copione di Pink abbia vinto la battaglia e che l’uomo si sia infine isolato dal prossimo, è altrettanto certo però che, all’interno di quel muro, non v’era quella tranquillità e quella pace che il protagonista agognava, ed è già in Hey You ch’egli chiede aiuto per essere liberato dalla prigione.

In questo momento, Pink si trova quindi a sperimentare quella che probabilmente è la prima emozione autentica della sua vita: la paura.


Is there anybody
out there?

Is there anybody out there?
Is there anybody out there?
Is there anybody out there?
Is there anybody out there?

C’è qualcuno
lì fuori?

C’è qualcuno lì fuori?
C’è qualcuno lì fuori?
C’è qualcuno lì fuori?
C’è qualcuno lì fuori?


Il brano inizia con una voce che ripete la frase “is there anybody out there” e cioè “c’è qualcuno lì fuori“. E’ interessante notare che ogni volta la frase viene ripetuta con accenti ed intonazioni diverse. La prima volta il tono è quello di una semplice domanda, quasi che Pink stesse verificando timidamente quanto spessi fossero i mattoni del suo muro. Alla prima frase segue un rumore paragonabile al tintinnio dell’acqua che sgocciola: il suono ci suggerisce l’immagine di un ambiente sterile e strettamente delimitato da un confine possente ed invalicabile. All’effetto del tintinnio segue il suono di un synth modulato che ricorda una sirena e che potrebbe rappresentare una sorta di segnale d’allarme innescatosi nella mente di Pink evidentemente impreparata ad affrontare le conseguenze dell’isolamento.

Non ricevendo risposta alla prima frase, la seconda è più affrettata e sottolineata dal suono di un synth più acuto che ricorda quello di Echoes nell’album Meddle. Qui sembra che la musica faccia eco (probabilmente la citazione di Echoes non è lì a caso) in maniera beffarda alle parole di Pink, tramutandole in un urlo disperato o in una folle risata.

La terza volta le parole non vengono ripetute con lo stesso time, una pausa sottolinea infatti l’ultima frase “out there” alla quale segue un altro suono acuto da parte del synth ed un crescendo di cori che simboleggiano una preoccupazione sempre crescente.

Ed è l’ultima ripetizione quella in cui il tono decisamente rassegnato descrive l’impotenza e la totale rassegnazione da parte dell’uomo alla propria condizione di recluso.

Mentre nelle precedenti canzoni le esplosioni emotive ed i tentativi di individualità di Pink erano espressi dalla chitarra elettrica di David Gilmour, qui la parte di chitarra classica riassume perfettamente il suo abbandono all’impenetrabilità della propria fortezza interiore. In assenza di qualsiasi risposta dall’esterno, Pink non ha altre alternative se non quella di chiudersi in se stesso e regredire ulteriormente nella propria psiche.

Dopo averci fatto assistere alla penosa condizione della rockstar visibilmente pentita della propria scelta davanti al grande muro, il regista lascia che l’arpeggio di chitarra classica descriva le immagini delle rovine nella camera d’albergo. Qui tutti gli oggetti che l’uomo aveva distrutto nella scena di  One of my turns sono stati meticolosamente ordinati in progetti complessi. Nei commenti del DVD Gerald Scarfe descrive la scena come “il tentativo di dare un senso al caos“; questo atteggiamento fa parte di un fenomeno psicologico definito pareidolia: la necessità intrinseca della mente di trovare forme familiari in immagini disordinate (pensate a quando ci fermiamo a guardare le nuvole e cominciamo ad immaginare delle forme concrete) che nel suo caso è amplificata dal grave stato di nevrosi nel quale è sprofondato.

Prima che possa finire l’arpeggio di chitarra, il regista ci trascina letteralmente in una delle scene più forti del film dove troviamo Pink nel bagno della sua camera d’albergo. Dopo essersi rasato la barba, la rockstar inizia ad insaponarsi il petto per poi radersi incurante del sangue che gocciola dai tagli. Poi si prodiga nello spezzare la lama del rasoio in due parti lasciando intendere, con la recitazione, che è in procinto di rasare persino le sopracciglia. A quel punto esce dal bagno, forse un altro ventre metaforico (a questo proposito vedi la riflessione proposta nel primo brano), in una nuova forma creata dal suo isolamento.  Ed è proprio in questa rinascita metaforica che le due parti precedentemente in conflitto (distruttiva/ordinata) si fondono in un nuovo mostro, il terribile alter ego che dominerà le scene successive.

Nella scena poc’anzi descritta c’è un chiaro riferimento biografico che collega Pink al primo frontman della band, Syd Barrett. Richard Wright ha dichiarato in un intervista: “nel Giugno del 1975, durante la registrazione dell’album Wish You Were Here, ho visto questo ragazzo seduto dall’altra parte dello studio. Inizialmente non l’ho riconosciuto e ho detto – Chi è quel tizio secondo voi? -, – E’ Syd! – mi hanno risposto; ed io non ci potevo credere, era tutto rasato, voglio dire i capelli le sopracciglia, tutto quanto, e stava saltando su e giù per lavarsi i denti, è stato terribile… Roger era in lacrime. E’ stato molto scioccante, sette anni senza vederlo e poi arriva proprio durante le registrazione dell’album dedicato a lui“. Dopo altri comportamenti strani e dopo aver detto alla band che la canzone su cui stavano lavorando suonava un pò vecchia, Barrett usci dallo studio, e fu l’ultima volta che i compagni lo videro.

Che Roger sia stato fortemente influenzato dalla vita di Syd Barrett nella composizione del suo The Wall è innegabile: la rock star dal doloroso passato (a sedici anni Barrett perse il padre a causa di un cancro) che fa uso di droghe pesanti e che finisce per isolarsi totalmente dal mondo è chiaramente simile alla storia del nostro.

Se da una parte Syd Barrett trascorrerà gli ultimi trent’anni di vita a casa della madre a Cambridge, lo stesso non sembra accadere a Pink che da questo momento in avanti si trasformerà in un crudele dittatore, reagendo al proprio isolamento con odio xenofobo.


Curiosità
  • June Bolan, molto vicina a Syd al tempo di The Piper at the gates of dawn, a proposito della scena del bagno ha dichiarato: Sono rimasta completamente scioccata, è così vicino a Syd che io non riesco a sopportarlo. Quando lui si guarda nello specchio del bagno e comincia a radersi, ho pianto, e sono stata rigida al cinema per tutto il tempo perchè è tutto molto vicino alla realtà tanto che riesco a vederci Syd totalmente.
  • Nella versione musicale la precedente Hey You sfuma nell’effetto di un dialogo televisivo tratto da un episodio del 1967, Fandango, della serie Gunsmoke. Casualmente (o forse di proposito) questo episodio specifico di Gunsmoke racconta di come i tentativi del protagonista (Matt Dillon) di consegnare un colpevole alla giustizia vengano ostacolati da un allevatore di pecore folle.
  • David Gilmour ha dichiarato in alcune interviste di aver tentato di eseguire diverse volte la parte di chitarra classica del brano (Sono riuscito a suonarla con un plettro di cuoio, ma non sono riuscito a suonarla correttamente con le dita), senza tuttavia essere mai contento del risultato. Per questo motivo venne eseguita da un musicista classico di nome Ron di Blasi. Gilmour ha inoltre dichiarato che la canzone è stata composta da Bob Ezrin, con l’accordo che non venisse citato tra i crediti.
Formazione
  • David Gilmour – voce di accompagnamento
  • Roger Waters – voce e basso
  • Richard Wright – sintetizzatore Prophet-5
  • Bob Ezrin – sintetizzatore
  • Ron di Blasi – chitarra classica
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Indice

"Pink Floyd's 'The Wall': Dietro il muro" © 2011-2017 Nicola Randone. Lyrics / Artwork © 1979 Pink Floyd / Gerald Scarfe. Images from the movie © 1982 Sony Music Entertainment. E’ facoltà di chi lo desidera riportare i contenuti della presente opera a patto di citare la fonte e comunque nella sola eventualità che si tratti di progetti senza finalità di lucro. Ogni uso non autorizzato dei testi sarà perseguito nei termini di legge.

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"Pink Floyd's 'The Wall': Dietro il muro" © 2011-2017 Nicola Randone. Lyrics / Artwork © 1979 Pink Floyd / Gerald Scarfe. Images from the movie © 1982 Sony Music Entertainment.