Retrospettiva

R

a cura di Giuseppe Scaravilli

Uno show in qualche modo assimilabile a THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY dei Genesis (un’unica storia, un doppio album portato per intero in concerto come una sorta di musical rock, immagini proiettate, vari personaggi, ecc.) fu THE WALL dei Pink Floyd, in tour tra il 1980 ed il 1981 per una ventina di spettacoli in poche città.

A differenza dei Genesis, i Floyd non avrebbero concesso alcun bis, e dopo il roboante crollo finale del muro (costruito man mano durante lo spettacolo, fino a nascondere gli stessi musicisti al pubblico) si andava tutti a casa. Di fatto fu questo l’atto finale della band insieme a Roger Waters (autore di tutto il progetto), con il tastierista Rick Wright ormai stipendiato come gli altri musicisti esterni alla band. Dietro le quinte i componenti del gruppo nemmeno si parlavano più tra loro. Lo spettacolo era comunque grandioso, e David Gilmour ne era anche il direttore artistico.

Il successivo THE FINAL CUT, pur pubblicato a nome Pink Floyd, può essere considerato quasi un album solista di Waters, con l’apporto di Gilmour (che canta in un solo brano) e Mason (che non suona neanche su tutti i pezzi). Né il disco fu supportato da alcun tour.

Molto diversa era la situazione quando la band mosse i suoi primi passi, dopo la metà degli anni ‘60: David non c’era ancora (sarebbe entrato nei Floyd solo con il secondo disco, A SAUCERFUL OF SECRETS) e il gruppo era guidato dal geniale Syd Barrett, chitarrista, cantante e compositore. Fu con Barrett che il gruppo firmò per la EMI e pubblicò i primi singoli, fino al caleidoscopico album d’esordio THE PIPER AT THE GATES OF DOWN del 1967: una spruzzata di colori e creatività psichedelica tradotta in musica. Una foto li ritraeva festanti e a gambe levate dopo la firma del contratto. Fu lo stesso Syd a dare alla band il nome Pink Floyd, dai nomi dei bluesmen di colore Pink Anderson e Floyd Council. Il gruppo si esibiva spesso all’Ufo Club di Londra, dalla notte all’alba, davanti ad un pubblico di giovani che vivevano appieno l’era della “Swinging London” tra diapositive colorate, droghe di ogni tipo, abbigliamenti stravaganti e nudità artisticamente dipinte: insomma, la cornice ideale per la musica ipnotica dei primi Floyd, che sarebbe bastata da sola a trasportare i presenti in un altro mondo, senza neanche che si capisse quale strumento creasse un suono piuttosto che l’altro: lunghissime improvvisazioni strumentali, volutamente poco intellegibili e del tutto fuori dai canonici schemi della forma canzone, rimanendo sempre esclusi i singoli che li avevano resi conosciuti al pubblico, come Arnold Layne e See Emily Play. Il giornale underground «It» supportava questo variegato movimento giovanile londinese della fine degli anni ’60. Con Barrett i Pink Floyd realizzarono diversi videoclip: durante quello di Astronomy Domine Syd allargava le braccia illuminato da luci intermittenti, esibendo la sua Fender Telecaster decorata da specchietti rotondi. Il film intitolato London 1966 / 1967 ci permette di vederlo in maglietta a righe rosse e nere durante le lunghe improvvisazioni di Interstellar Overdrive e dell’inedita Nick’s Boogie filmate presso i Sound Techniques Studios di Chelsea nel gennaio del 1967. Le riprese includono immagini dei Pink Floyd insieme a Syd all’UFO Club e in occasione del “14 Hour Technicolour Dream”, svoltosi in aprile presso l’Alexandra Palace. Con lui partirono per il loro primo tour americano nell’ottobre dello stesso anno. Insieme a Jimi Hendrix e ai Nice di Keith Emerson condivisero poi la tornée che prese inizio il 14 novembre alla Royal Albert Hall.

Poi però avvenne qualcosa: semplicemente (e tristemente) il giovane, bello e talentuoso Syd Barret impazzì. Forse qualche dose eccessiva di LSD aveva aggravato una qualche latente forma di malattia mentale. Fatto sta che, quando a qualcuno fu chiesto di andare a cercare Syd, che sembrava scomparso, questi fu trovato a casa. E non era più lui. Il suo sguardo era spento, come se all’interno della sua testa qualcuno avesse premuto un interruttore: “click”, ed il giovane Barrett, talentuoso, creativo e simpatico, non c’era più. E mai sarebbe tornato. Gli altri del gruppo tentarono di tenerlo ancora nella band, ma il loro vecchio compagno magari non si presentava ad un concerto, oppure rispondeva in modo sconnesso durante qualche intervista televisiva. In un’occasione non mosse le labbra quando avrebbe dovuto mimare un brano in playback. Durante qualche show lasciò anche il braccio a penzolare sulla chitarra senza prendere accordi, facendo risuonare le corde a vuoto e producendo solo un gran rumore. Non era più possibile controllarlo. Così, quando arrivò il momento di andare a prendere Syd per una serata nell’aprile del 1968, gli altri Floyd decisero che sarebbe stato meglio lasciarlo a casa e sbrigarsela da soli, liberandosi dall’ansia di non sapere quel che avrebbe potuto combinare.

Waters e Mason avevano studiato insieme architettura al Politecnico di Cambridge, mentre Syd e David Gilmour erano amici ed avevano fatto anche un viaggio insieme in Francia. Così fu Gilmour, dopo un periodo che vide insieme entrambi i chitarristi, a prendere il posto di Barrett. Come si disse allora, “i Pink Floyd non sarebbero mai nati senza Syd Barrett, ma non avrebbero potuto continuare con lui”. Eppure uno schiacciante senso di colpa avrebbe per sempre graffiato l’anima degli altri componenti del gruppo, che sentirono di aver abbandonato l’amico nel momento del bisogno. E, nonostante Syd compaia di fatto solo sul primo disco dei Floyd, la sua eredità avrebbe in qualche modo “contaminato” tutta la loro carriera, contribuendo al loro successo planetario: Gilmour cominciò infatti a suonare nella band utilizzando lo stile ed i “trucchi” chitarristici di Barrett (venati, però, da uno stile più blues e, con il tempo, più elegante e personale); la follia della quale si parla in THE DARK SIIDE OF THE MOON (1973) è quella di Syd. In WISH YOU WERE HERE (1975) si parla ancora di lui; lo stesso può dirsi per quanto riguarda THE WALL (sia il disco che il successivo film). In qualche modo Syd Barrett è rimasto sempre nei Pink Floyd. Proprio durante le registrazioni del disco WISH YOU WERE HERE ad Abbey Road (i ben noti studi delle strisce pedonali sulle quali sfilavano i Beatles nella loro famosissima copertina) i Floyd videro Barrett per l’ultima volta. E all’inizio nemmeno lo riconobbero. Il bel giovanotto dai capelli ricci e dallo sguardo ammaliante era diventato un uomo grasso e calvo, con sopracciglia rasate (come il protagonista del film THE WALL), lo sguardo perso nel vuoto ed una stupida busta di plastica in mano. “Ma lo sai chi è quello?”. “No, chi diavolo è?”. “E’ Syd”. Roger Waters si mise a piangere. Gli fecero ascoltare in sala regia Shine on You Crazy Diamond (brilla, diamante pazzo), che era dedicata a lui. Ma Barrett non diede l’impressione di capire molto, domandando perché la ascoltassero più volte. E quando andò via, vedendo che stava cercando un passaggio, qualcuno dell’entourage dei Floyd si abbassò nella macchina per non farsi notare: come sostenere una conversazione con quello strambo soggetto, riportandolo a casa? Non lo avrebbero rivisto mai più. Nel 1982 un giornalista tedesco riuscì con una scusa ad introdursi in casa sua e a rivolgergli delle domande, ma ottenne solo risposte prive di senso. I negozi di tutto il mondo continuavano a vendere i dischi dei “suoi” Pink Floyd, divenuti frattanto uno dei gruppi più famosi della storia della musica, e lui non ne era consapevole. Era riuscito a pubblicare due album solisti, THE MADCAP LAUDGHS (registrato nel 1968, ma pubblicato solo due anni dopo) e BARRETT del 1970, aiutato dagli altri componenti della band, e si esibì per l’ultima volta a Londra il 6 giugno di quello stesso anno, abbandonando il palco dopo aver suonato solo pochi brani. L’ultimo suo show in assoluto fu quello tenuto con una band dal nome strampalato all’inizio del 1972 presso il Corn Excange di Cambridge. Materiale inedito tratto dalle session per i suoi dischi solisti venne pubblicato nel 1988 con il titolo di OPEL. Syd sarebbe morto a Cambridge il 7 luglio del 2006.

Dopo il disco d’esordio, THE PIPER AT THE GATES OF DOWN, caratterizzato dalle stranianti Astronomy Domine e Interstellar Overdrive, i Pink Floyd avevano registrato A SAUCERFUL OF SECRETS tra l’agosto del 1967 e il maggio del 1968 presso gli studi di Abbey Road e quelli di Sound Techniques, presentandolo in pubblico il giorno della sua uscita al festival gratuito di Hyde Park del 28 giugno con il nuovo chitarrista David Gilmour. Nell’occasione Roger Waters comparve sul palco in foulard, occhiali rotondi arancioni e basso Rickenbacker. Con questa formazione promossero vari brani alla tv francese, comprese le versioni dal vivo in pubblico di Let There Be More Light e Flaming a Tous en Scene il 21 ottobre del 1968. Il lavoro conteneva inoltre Set the Control of the Heart of the Sun, il pezzo ipnotico di Roger che sarebbe divenuto un loro “classico”, insieme alla title track. Questo fu l’unico brano del disco, oltre a Remember a Day e Corporal Clegg, a permetterci di ascoltare insieme le due chitarre di David e Syd, benché incise separatamente e poi abbinate nel mix finale. Il solo pezzo scitto e cantato da Barrett sul secondo disco dei Floyd era Jugband Blues, con un incipit inquietante che lasciava già intuire quale fosse il suo stato mentale: “E’ molto cortese da parte vostra pensarmi qui, e vi sono davvero obbligato per aver chiarito che io non sono qui”.

Il successivo MORE (1969) era la colonna sonora del film omonimo: i brani Green is the Colour e Cymbaline sarebbero stati quelli più eseguiti dal vivo.

Dello stesso anno è anche il doppio Lp UMMAGUMMA, che presenta due facciate registrate in concerto, con quattro pezzi già editi (Astronomy Domine, Careful with That Axe Eugene, Set the Controls for the Heart of the Sun e A Saucerful of Secrets) e le altre due con brani affidati a ciascun componente della band. I brani dal vivo vennero incisi al Mothers Club di Birmingham il 27 aprile del 1969 e al Manchester College of Commerce il 2 maggio. I pezzi in studio vennero invece messi su nastro presso i familiari studi di Abbey Road tra i successivi mesi di agosto e settembre. Questo disco fu anche il primo ad entrare nella Top 100 degli Stati Uniti, oltre che a raggiungere il quinto posto della classifica inglese. La front cover presentava un collage di foto dello studio Hypgnosis nel quale i quattro componenti della band venivano mostrati in posizioni diverse, come in un tunnel che confondeva le idee all’osservatore. Il retro metteva invece in bella mostra tutti gli strumenti e l’amplificazione dei Pink Floyd dell’epoca, disposti in forma piramidale sulla pista di un’aeroporto, camioncino compreso.

Nel 1970 uscì l’ambizioso ATOM HEART MOTHER, con il brano omonimo che vedeva il gruppo accompagnato da un’intera orchestra sinfonica, più gli arrangiamenti di Ron Geesin. Il nome Pink Floyd non compariva in copertina (vi era semplicemente lo scatto di una mucca) mentre l’assistente del fonico era il giovane Alan Parson, che avrebbe strabiliato tutti con la nitidezza dei suoni ottenuto sul disco di tre anni dopo). Se il lato A è occupato dall’intera suite orchestrale, il lato B presenta soprattutto la quieta If cantata da Roger Waters, Summer ’68 con la bella voce di Richard Wright (ancora contrappuntata da interventi sinfonici) e Fat Old Sun interpretata da Gilmour. Il titolo del disco proveniva da un articolo di giornale che stava sfogliando Roger Waters. Un documento video di questo periodo è quello relativo alle riprese effettuate presso gli studi KQED di San Francisco il 30 aprile 1970: nell’occasione i Pink Floyd aprirono la propria performance (dal vivo, ma senza pubblico) con una versione di ATOM HEART MOTHER senza l’orchestra.

Il successivo MEDDLE del 1971 passò alla storia grazie alla presenza della nuova suite intitolata Echoes: nata per caso quando in studio una nota scaturita dal piano elettrico di Wright sembrò evocare il suono misterioso del sonar di un sommergibile, il brano, che riempiva tutto il lato B del disco, passava dall’inizio tranquillo, cantato all’unisono da David (tonalità bassa) e Richard (controcanto in tonalità alta) a momenti più aggressivi. Seguiva un intermezzo che cambiava completamente tempo, con le urla della Fender Stratocaster di Gilmour riverberata e suonata con il bottleneck su un ritmo serrato di basso (come sempre suonato da Waters con il plettro) e batteria sdoppiata sui due canali. Quindi questa parte sfumava in un caos di rumori alieni ed inquietanti, con strida di cornacchie e albatros che venivano fuori dal brontolio di un vento incessante, come se ci si trovasse su un pianeta ostile. Da questa atmosfera surreale veniva pian piano fuori la ritmica serrata della chitarra sostenuta da ampi accordi d’organo che, dopo un cambio di tonalità, esplodevano in un bellissimo tema epico di Gilmour, mentre partivano note di basso lunghe e distorte. Solo a questo punto tutto si calmava, con il ritorno al quieto canto delle voci iniziali di David Gilmour e Richard Wright. Infine il brano sfumava, con morbidi fraseggi di chitarra e piano elettrico che sembravano rispondersi l’un l’altro, fino a che tutto svaniva risucchiato da un coro che saliva sempre più di tonalità: un capolavoro assoluto. Echoes avrebbe anche aperto il film dei Pink Floyd a Pompei, girato nell’ottobre del 1971, venendo però separato in due parti distinte: la prima si chiudeva alla fine della sezione con il bottleneck, mentre la seconda, dopo gli altri brani del film, ripartiva dalla parte rumoristica per arrivare fino alla fine, chiudendo la pellicola. Un altro pezzo molto utilizzato dal vivo, posto in apertura di questo disco, fu One of These Days, caratterizzato dal convulso basso iniziale e dai passaggi di Nick Mason alla batteria. Quest’ultimo avrebbe quindi pronunciato con voce bassa e distorta la frase “Uno di questi giorni ti farò a pezzettini”, facendo partire la parte più concitata del brano, con un tempo veloce, di nuovo la chitarra con il bottleneck e i fantastici contrappunti di Wright all’organo Hammond. Nel film girato a Pompei questo brano avrebbe visto inquadrato per tutto il tempo proprio Nick Mason, scatenato con baffi e capelli lunghi stretti da una bandana, ed una farfalla stampata sulla maglietta. Ad un certo momento, inquadrato dall’alto, Nick perde anche una bacchetta, ma la sostituisce rapidamente con un’altra. Il regista del film si sarebbe detto sicuro che esistessero immagini di altre cineprese che permettevano di vedere anche gli altri componenti del gruppo, ma queste non vennero mai ritrovate. Al contrario di Echoes, che era stata filmata di giorno, le evoluzioni di Mason durante One of These Days vennero riprese di sera. Per inciso, quella frase di Nick documentò per la prima e ultima volta la sua voce su un disco dei Pink Floyd. Le immagini del film Pink Floyd at Pompeii di Adrian Maben cominciavano con un’inquadratura diurna dell’anfiteatro ripresa da lontano, mentre partiva il brano Echoes, e si avvicinavano pian piano verso la band, che inizialmente si intravedeva a stento, per stringere infine sulla batteria di Nick Mason. David Gilmour suonava a torso nudo una Fender Stratocaster nera con battipenna bianco, sbarbato e dai capelli lunghi. Roger Waters, tutto vestito di nero, prendeva il basso, se lo metteva a tracolla e iniziava a far schioccare poche note durante l’inizio tranquillo del brano. Quindi Dave e Rick (a torso nudo anch’egli) cominciavano a cantare insieme la bellissima melodia di Echoes. L’esecuzione di A Saucerful of Secrets vedeva David seduto per terra rispondere con strisciate del bootleneck sulla chitarra carica di riverbero, poggiata di traverso sulle gambe, agli accordi dissonanti di Rick al pianoforte e al piatto percosso da Roger Waters, finché quest’ultimo non si dirigeva verso il gong per colpirlo più volte con violenza. Frattanto Mason ripeteva un passaggio di batteria “in loop”, ostinatamente (ma senza i trucchi di uno studio di registrazione). A questa prima parte volutamente caotica si contrapponeva la sezione conclusiva, aperta da ampi accordi da parte di Richard Wright che sembrava suonare un organo da chiesa: seguirà un “crescendo” sempre più intenso che condurrà all’esplosivo canto liberatorio da parte di David Gilmour con i lunghi capelli portati sul viso dal vento. Questo vocalizzo non ha testo, ma è carico di pathos. Il brano è presente in versione live anche su UMMAGUMMA e, solo in questa seconda parte, nel film dedicato all’olandese “Stamping Ground Festival” del 1970.

E’ invece del 1972 il disco intitolato OBSCURED BY CLOUDS: si tratta della colonna sonora del film francese La Vallèe, e contiene ottimi brani quali l’acustica Wot’s…Uh the Deal cantata da Gilmour, e Stay, affidata alla voce di Wright. Durante quello stesso anno la band suonava dal vivo e registrava in studio quello che diverrà l’album della loro consacrazione a livello mondiale: THE DARK SIDE OF THE MOON (1973), che li renderà improvvisamente riccchi e famosi grazie al suo mix tra pop, progressive ed ultimi sprazzi di psichedelia. Tutti i brani, uno più bello dell’altro, sono uniti tra loro e vedono l’impiego di “effetti esterni”: il pulsare iniziale di Speak to Me di Nick Mason; il suono degli orologi come introduzione di Time; i mille rumori di On the Run (compresi i passi che corrono da un canale all’altro accompagnati da un respiro affannato) con il suono ossessivo del sinetizzatore VCS3 in loop; le incisioni casalinghe di Waters relative al rumore di monete, collegate a quelle di un registratore di cassa e di banconote strappate per l’inizio di Money; le interviste a varie persone alla fine di questo stesso brano (venne esclusa la voce di Paul McCartney, che stava registrando in una sala accanto con i Wings, mentre fu utilizzata quella del loro chitarrista che diceva: «Non lo so, ero sempre ubriaco a quel tempo»). Queste voci ricorrono più volte attraverso tutto l’album. A Clare Torry, una cantante che frequentava gli studi di Abbey Road, venne chiesto di lasciarsi andare a vocalizzi senza parole sulla musica di Great Gig in the Sky: lei lo fece improvvisando in una sola seduta, ma pensò di non aver fatto quello che i Pink Floyd volevano, e andò in sala regia per scusarsi con loro, scoprendo invece che alla band era venuta la pelle d’oca a seguito di quella performance, che sarebbe finita sul disco. Quest’ultimo conteneva anche il decisivo apporto di coriste, mai utilizzate sugli album precedenti dei Floyd. “The Dark Side” uscì prima negli USA che in Inghilterra, e il singolo Money ottenne un successo strepitoso. Il suono ottenuto dal fonico Alan Parson fu perfetto al punto che gli audiofili, anche non amanti dei Pink Floyd, utilizzarono questo disco per provare gli impianti stereo. L’Hipgnosis presentò alla band sette diverse illustrazioni tra le quali scegliere quella per la copertina, e tutti e quattro i componenti del gruppo indicarono istantaneamente quella realizzata da Storm Thorgerson, rappresentante un prisma attraversato da un fascio di luci colorate su sfondo nero: scelta che si rivelò più che azzeccata, dal momento che quella front cover sarebbe presto divenuta un’immagine iconica, riconoscibile anche senza la necessità di leggere il nome del gruppo o il titolo dell’album. Per la prima volta su un lavoro dei Pink Floyd fece la sua comparsa il sassofono, suonato dal vecchio amico Dick Parry su Money e Us and Them. L’intero concept album, che veniva suonato già nel 1972, sarebbe stato presentato dal vivo (coriste comprese) nel corso degli anni successivi: e sarebbe stato eseguito integralmente per l’ultima volta durante il tour del 1994. Il successo ottenuto fu talmente grande da portare di fatto alla disgregazione della band quale entità unica. E questo fu anche il tema del successivo WISH YOU WERE HERE del 1975, che con il suo titolo, intendeva riferirsi sia alla mancanza di Syd Barrett che a quella dello stesso gruppo da parte di Roger Waters (“Vorrei che foste qui”). L’acustica title track e Shine on You Crazy Diamond (“Brilla diamante pazzo”, espessamente dedicata a Syd) divennero presto altri due classici per i concerti dal vivo. Del brano Wish You Were Here esiste anche una versione con il violino di Stephane Grappelli, che Nick Mason credeva fosse andata perduta: venne invece ritrovata e data alle stampe per edizioni successive del disco. Su Have a Cigar Gilmour e Waters non rimasero soddisfatti dalla loro prestazione vocale, e accettarono la proposta dell’amico Roy Harper (a sua volta presente in quei giorni presso gli Abbey Road Studios) che disse: «Posso cantarla io». l’interpretazione rabbiosa di Roy fu ottima, ma Roger si pentì di aver lasciato cantare il pezzo a qualcuno che non fosse un componente della band, non sentendolo più come un brano dei Pink Floyd. Ad ogni modo anche la versione cantata da Gilmour e Waters saltò fuori e venne pubblicata successivamente. Dal vivo erano comunque loro a cantare questa canzone durante il tour del 1974-1975. Paradossalmente Roy Harper, durante i suoi show, avrebbe dovuto spesso sentire qualcuno del pubblico urlargli: «Cantaci Have a Cigar!». La lunga Shine on You Crazy Diamond, che inizialmente veniva eseguita per intero in concerto, sul disco venne divisa in due, all’inizio e alla fine del disco. Il fenomenale show all’Empire Pool di Wembley, registrato dal mixer il 16 novembre 1974 durante il “British Winter Tour” presenta questa versione ancora non separata, unitamente agli inediti Raaving and Drooling e You Gotta be Crazy, seguita dall’intera esecuzione di THE DARK SIDE OF THE MOON e da Echoes come bis (qui accompagnata anche dalle coriste): i due brani inediti non sarebbero stati inseriti sul nuovo disco, ricomparendo con i titoli di Sheep e Dogs sull’album successivo. WISH YOU WERE HERE venne presentato al festival di Knebworth il 5 luglio del 1975 (esistono foto che ritraggono David Gilmour insieme a Roy Harper a cavallo prima dell’esibizione). Estratti dal sopramenzionato concerto all’Empire Pool sarebbero stati pubblicati qualche decennio dopo come bonus tracks di questo album (il preferito da Gilmour). Per inciso la copertina, che mostrava due uomini d’affari stringersi la mano, con quello di destra che prendeva fuoco, non era frutto di un fotomontaggio: a quello stuntman gli abiti venivano dati alle fiamme sul serio, nel corso di più tentativi, e in un’occasione l’uomo rischiò di rimanere bruciato! A causa dell’immediato successo del disco, la EMI faticò a stampare il numero di copie sufficienti per far fronte alle numerose richieste.

L’album intitolato ANIMALS venne registrato presso gli studi Britannia Row (dei quali erano proprietari gli stessi Pink Floyd) quando era ancora il 1976, per essere pubblicato all’inizio dell’anno seguente. In concerto Gilmour comparve con una Fender Telecaster, capelli più lunghi e barba folta, mentre le due casse della batteria di Nick riportavano l’illustrazione di onde del mare. La front cover raffigurava la centrale elettrica di Battersea, a Londra, e venne concepita da Waters per essere poi realizzata di nuovo da Storm Thorgerson. Tra le ciminiere poteva intravedersi un maiale volante (“Pigs” era una parola che si ripeteva in vari titoli del disco): inizialmente fu realizzato un gigantesco maiale gonfiabile, che venne lasciato volteggiare in cielo sotto la mira del fucile di un cecchino, nel caso questa sorta di dirigibile fosse andato in rotta di collisione con qualche aereo. Ma, dopo diversi tentativi, nessuna delle foto ottenute risultò soddisfacente, e il maiale rosa in copertina venne applicato tra le quattro ciminiere con un fotomontaggio. Per inciso Steve Hackett, che viveva proprio dalle parti della centrale di Battersea, vedendola ogni giorno, pensò che quella avrebbe dovuto essere la front cover di un album suo! ANIMALS rappresentava una critica feroce di Waters alla condizione sociale e politica dell’Inghilterra del tempo, utilizzando i vari animali dei titoli quali metafore. Il sound del gruppo mutò notevolmente, e all’interno di esso nacquero i primi dissapori, che avrebbero in seguito indotto Roger Waters (ormai leader indiscusso della band) ad allontanare Rick Wright. Lo stesso Waters, durante il relativo tour in grandi arene stracolme di gente che neanche prestava attenzione alla musica (richiedendo di continuo:”Money!”) provò un senso di frustrazione: proprio nel corso dell’ultimo concerto, tenuto all’Olympic Stadium di Montreal il 6 luglio 1977, pieno per gli oltre suoi 62 mila posti, sputò in faccia con disgusto ad un giovane che si dimenava sotto il palco. Rimase scosso egli stesso da quel suo gesto, che gli avrebbe fornito l’ispirazione per il successivo album, con la band ormai alienata rispetto al pubblico, come se tra musicisti e spettatori si fosse eretto un muro (“Wall”). A quella tournèe partecipò per la prima volta anche un secondo chitarrista, Snowy White, che con la sua Gibson Les Paul avrebbe affiancato Gilmour, per poi unirsi al Waters solista nel corso del concerto di Berlino ’90 e del tour denominato “In the Flesh”). Ma il povero White si presentò ai Floyd nel momento sbagliato. Entrò in sala regia mentre stavano missando il nuovo disco, salutò cordialmente, ma si vide accolto con freddezza: proprio in quel momento la band si era accorta di aver cancellato per sbaglio un assolo di David Gilmour che era piacuto a tutti! Il tour del 1977 presentava tutto il nuovo disco nella prima parte (ma con Sheep in apertura), e l’intero WISH YOU WERE HERE nella seconda, più il bis, costituito da Money e Us and Them. A volte veniva aggiunto un blues improvvisato, al quale Roger non partecipò dopo l’episodio di Montreal. Per la prima volta comparvero i grandi pupazzi, più ampiamente utilizzati nel corso della successiva tournée. Quest’ultima si svolse tra il 1980 ed il 1981 in occasione dell’uscita del doppio album THE WALL , che riportava in copertina solo il disegno di un muro di mattoni bianchi con sopra il nome del gruppo, e sotto il titolo del disco a caratteri cubitali. L’intero lavoro era opera di Roger Waters, che aveva fatto ascoltare al resto della band un’audiocassetta contenente quasi tutti i brani abbozzati da lui stesso alla chitarra acustica, in alternativa ad un’altra che sarebbe divenuta poi il suo album solista del 1984 intitolato THE PROS AND CONS OF HITCH HITING (“I pro e i contro dell’autostop”). Il fantastico brano Comfortably Numb era invece un pezzo che David Gilmour non aveva fatto in tempo ad inserire nel suo disco omonimo del 1978. Altri contributi di David furono Young Lust, Hey You e Run Like Hell, mentre tutti i brani erano cantati sia da lui che da Waters. Possiamo aggiungere anche il coro dei bambini della scuola accanto agli studi, che cantarono su Another Brick in the Wall Part II. Divenuti adulti, avrebbero preteso le royalties per quella loro partecipazione. Io comprai come tutti gli adolescenti della mia età quel singolo in 4/4, che apparve ai vecchi fan una canzoncina banale rispetto ai Floyd dei vecchi tempi, e furbescamente in linea con la musica dance di quei tempi. In effetti non era esattamente così, tanto è vero che la ascoltiamo ancora oggi. Roger e David la cantarono all’unisono. Quest’ultimo, per il suo leggendario assolo di chitarra, non utilizzò la consueta Fender Stratocaster, bensì una Gibson Les Paul Gold Top. Durante il tour questo assolo divenne molto più lungo, perché a quello di Gilmour si aggiungevano le improvvisazioni dell’organo Hammond e quelle di Snowy White. Tra l’altro il tema di Another Brick in the Wall Part II poteva ascoltarsi anche su altri brani. Waters aveva composto il doppio album (registrato ad Abbey Road e pubblicato alla fine del 1979) basandosi su pochi accordi: eppure THE WALL era un autentico capolavoro, che sarebbe presto entrato nella memoria collettiva. Oltre al tema della distanza che si stava venendo a creare tra musicisti e pubblico, Roger basò le liriche del concept anche sulla frustrazione diffusa, il senso di alienazione e di solitudine individuale, più il difficile rapporto tra genitori e figli, allievi ed insegnanti; su tutto, la metabolizzazione del suo dolore per la perdita del padre, caduto ad Anzio durante la Seconda Guerra Mondiale. L’unico momento di distensione si poteva vivere nel corso del piccante brano Young Lust di Gilmour.

Il tour di THE WALL cominciò nel febbraio del 1980 in America, con sette date al Memorial Sports Arena di Los Angeles e altre cinque al Nassau Coliseum di Uniondale. Ad agosto si spostò in Inghilterra per le sei serate all’Earls Court di Londra. Quindi, quando era il 1981, toccò la Germania per le otto date al Westfalenhallen di Dortmund a febbraio, e si concluse con il ritorno all’Earls Court di Londra per gli ultimi cinque concerti nel giugno di quello stesso anno. Il magnifico cofanetto rettangolare intitolato IS THERE ANYBODY OUT THERE? (dalla frase che precedeva l’inizio di Comfortably Numb), pubblicato dalla EMI nel 2000, documentò su doppio cd questo breve tour del 1980-1981, registrato in gran parte all’Earls Court di Londra: la stessa voce del presentatore all’inizio del primo dischetto dava il benvenuto al pubblico proprio in questa celebre sala da concerti londinese, prima di venire sommersa dall’esplosivo inizio di In the Flesh?. Durante i concerti del 1980 la chitarra era quella di Snowy White, sostituito da Andy Roberts per quelli del 1981. Ai quattro Floyd si aggiungevano inoltre un altro bassista, batterista e tastierista, mentre i cori erano affidati a quattro voci maschili. Registrazione e missaggi vennero effettuati da James Guthrie, che fece un fantastico lavoro. I brani What Shall We Do Now? e The Last Few Breaks non erano comprese nell’album THE WALL. La copertina di questo box-set riportava le maschere dei volti di Gilmour, Waters, Mason e Wright che venivano anche indossate dalla band “surrogata” che si presentava sul palco all’inizio di ciascuno show, facendo finta che si trattasse dei veri Pink Floyd. Il bel booklet mostrava inoltre foto tratte da quel tour, comprese pagine in carta trasparente dove comparivano i progetti dei mattoni leggeri da incastrare insieme per erigere il muro, oltre a quello, poi non realizzato, che avrebbe visto lo spettacolo svolgersi all’interno di una sorta di lombrico gigante. La prima parte dello show si concludeva con l’inserimento del mattone (“brick”) sull’ultimo spazio rimasto aperto nel muro, quando Roger Waters, da quella finestrella rettangolare, pronunciava la parola “Goodbye” alla fine del breve brano acustico Goodbye Cruel World. Dopo l’intervallo la seconda parte cominciava con l’arpeggio di Hey You e proseguiva con l’intero muro a separare i musicisti dagli spettatori, salvo alcune aperture dalle quali si poteva, per esempio, vedere Roger cantare guardando la TV. Lo spettacolare assolo di Gilmour alla fine di Comfortably Numb veniva eseguito da quest’ultimo in cima al muro, illuminato da un unico faro bianco. Sulla parete venivano inoltre proiettate le immagini animate di Gerald Scarfe, mentre gli enormi pupazzi del maestro di scuola, della madre e degli altri personaggi si muovevano davanti al pubblico. Alla fine del processo (The Trial), sottolineato ancora dal motivo di Another Brick in the Wall suonato dalla chitarra distorta di Gilmour, si udiva un sommovimento cui seguiva il boato che accompagnava il crollo del muro. A quel punto, durante la conclusiva Outside the Wall, tutti i musicisti venivano fuori in fila indiana, cantando quella canzoncina tranquilla che riportava finalmente pace e serenità, come in una sorta di “happy end” ricco di speranza. L’ultimo concerto di Roger Waters con i Pink Floyd fu quello del 17 giugno 1981 a Earls Court. Quei concerti londinesi vennero anche filmati, ma le riprese non furono ritenute soddisfacenti, e si optò per un film con attori veri e propri, alternati alle animazioni inquietanti di Scarfe (i martelli in marcia con il passo nazista, il fiore che aggredisce l’altro, i soldati morti in guerra, gli aerei che si trasformano in croci). La regia fu affidata ad Alan Parker ed il film, intitolato THE WALL (come il disco), uscito nel 1982, recava sulla locandina l’immagine del viso dalla bocca spalancata in un urlo. Le musiche della colonna sonora non erano del tutto uguali a quelle del doppio album. In un primo momento si pensò di far interpretare il ruolo del protagonista (Pink) allo stesso Waters, ma in seguito si preferì affidarlo a Bob Geldof, il cantante dei Boomtown Rats, successivamente divenuto famoso come organizzatore del “Live Aid”. Questi era l’ultima persona a cui sarebbero potuti piacere i Pink Floyd, ma entrò bene nel personaggio, e alla fine capì ed apprezzò anche quella musica. Sarebbe stato proprio lui, 20 anni dopo il “Live Aid”, a far tornare insieme i Pink Floyd: nel 2005, in occasione del nuovo evento benefico denominato ”Live Eight”, Geldof riuscì infatti a convincere Waters, Gilmour, Wright e Mason a riunirsi per un ultima volta ad Hyde Park.

Dopo THE FINAL CUT (1983) Roger aveva scatenato una guerra legale contro i suoi ex compagni, al fine di impedire loro l’utilizzo del nome della band. Ma aveva perso la causa, e gli altri Floyd riuscirono a registrare ancora qualche disco: due in studio: A MOMENTARY LAPSE OF REASON nel 1987 e THE DIVISION BELL nel 1994, più due dal vivo: DELICATE SOUND OF THUNDER nel 1988 e PULSE nel 1995, questa volta sotto la guida di Gilmour. Il primo live venne inciso ad agosto presso il Veterans Memorial Coliseum di Long Island, mentre il secondo fu in gran parte registrato all’Earls Court di Londra il 20 ottobre 1994 (evento seguito in diretta TV da milioni di persone). I due live vennero pubblicati anche in versione video. A Long Island, nel 1988, avevano eseguito anche Great Gig in the Sky e Welcome To The Machine, che non vennero però inserite nell’album dal vivo. La band suonò su una pedana galleggiante a Venezia nel 1989 e al festival di Knebworth l’anno successivo. Gli spettacoli del 1994 furono gli ultimi a vedere l’intera esecuzione di THE DARK SIDE OF THE MOON e i primi a mostrarci un David Gilmour con i capelli corti. Il sottoscritto ha avuto modo di vedere il gruppo allo stadio Flaminio di Roma nel 1988: purtroppo, ai concerti dei Pink Floyd si sentiva la mancanza di Roger Waters e viceversa. Ma il 2 luglio del 2005 al “Live Eight” avvenne il miracolo: David Gilmour, Roger Waters, Nick Mason e Rick Wright furono di nuovo insieme sul palco per la prima volta dai tempi di THE WALL, ed eseguirono Breathe, Money, Wish You Were Here e Comfortably Numb, con un abbraccio finale (forse un po’ forzato, ma sollecitato dallo stesso Waters) a favore dei fotografi. E naturalmente non mancò neppure in questa occasione la dedica di Roger a Syd Barrett.

L’anno seguente, durante la seconda parte della scaletta del tour solista di David Gilmour per la promozione del suo ON A ISLAND (per coincidenza l’isola greca cui faceva riferimento il titolo era Castellorizon, la stessa del film Mediterraneo di Gabriele Salvatores) si sarebbe potuto ancora assistere a qualcosa di simile ad uno show dei Pink Floyd, con una formazione non troppo diversa da quella del tour di THE DIVISION BELL. E con un’emozionante versione di Echoes, con le voci di Gilmour e Wright di nuovo amalgamate insieme, come nel film Pink Floyd at Pompeii. Purtroppo anche Rick Wright, così in forma durante quella tournèe del 2006, sarebbe venuto a mancare due anni dopo. E in tempi più recenti, in omaggio allo stesso Wright, sarebbe uscito THE ENDLESS RIVER: di fatto una raccolta di “avanzi strumentali” provenienti dalle session di THE DIVISION BELL, che avrebbe scritto la parola fine alla straordinaria storia dei Pink Floyd.

David Gilmour ha continuato a portare in tour molti brani del gruppo fino ai giorni nostri: bello, in particolare, il dvd REMEMBER THAT NIGHT, tratto dai suoi tre spettacoli alla Royal Albert Hall del maggio 2006, con ospiti quali Crosby, Nash, Robert Wyatt e David Bowie. David sarebbe tornato ad esibirsi a Pompei nel 2016.

A sua volta Roger Waters ha riproposto lo spettacolo di THE WALL, ospitando per una sera David Gilmour per l’assolo di Comfortably Numb in cima al muro, ed esibendosi anche al Circo Massimo di Roma nel 2018, proponendo pezzi tratti da vari album della band, compresi quelli mai utilizzati da Gilmour, da THE FINAL CUT e dal sempre sottovalutato ANIMALS: l’immagine della centrale di Battersea (la copertina del disco) con le sue ciminiere apriva proprio quello show.

Indice dell’analisi

"Pink Floyd's 'The Wall': Dietro il muro" © 2011-2017 Nicola Randone. Lyrics / Artwork © 1979 Pink Floyd / Gerald Scarfe. Images from the movie © 1982 Sony Music Entertainment.