Nobody Home

N

Premessa

“Una parte di lui cerca aiuto, ma l’io cosciente non desidera altro che stare da solo a guardare la TV“, così Roger Waters ha riassunto Nobody Home nella sua intervista del 1979 con Tommy Vance. In effetti è proprio questo lo stato in cui troviamo Pink nella sequenza iniziale: seduto sulla poltrona della sua camera d’albergo, con i capelli e le sopracciglia che nella precedente Is There Anybody Outhere aveva rasato, ed apparentemente concentrato nella visione del film The Dam Busters (un film del 1955 diretto da Michael Anderson che ricostruisce la storia vera dell’operazione Chastise quando nel 1943 il 617 Squadrone della Royal Air Force attaccò le dighe Möhne, Eder e Sorpe in Germania con le bombe rimbalzanti inventate da Barnes Wallis.)

La canzone dipinge a chiare tinte l’immagine di un uomo depresso e drogato che, dopo l’euforia maniacale di One of my turns, sprofonda in uno stato semi-catatonico alimentato dalla consapevolezza che la propria vita non ha più un senso. Il titolo si riferisce quindi allo stato mentale del protagonista ed in particolare al fatto che il vero io della rock-star non è più presente a livello cosciente (Nobody Home = Nessuno in casa), sostituito da una personalità folle che presto s’incarnerà nel terribile dittatore che ci è stato anticipato all’inizio del film.


Nobody Home

I’ve got a little black book
with my poems in.
Got a bag with a toothbrush
and a comb in.
When I’m a good dog they sometimes
throw me a bone in.
I got elastic bands
keeping my shoes on.
Got those
swollen hand blues.
I’ve got thirteen channels of shit
on the T.V. to choose from.
I’ve got electric light.
And I’ve got second sight.
I’ve got amazing powers of observation.
And that is how I know
When I try to get through
on the telephone to you
There will be nobody home.

I’ve got the obligatory Hendrix perm.
And the inevitable pinhole burns
All down the front
of my favorite satin shirt.
I’ve got nicotine stains on my fingers.
I’ve got a silver spoon
on a chain.
I’ve got a grand piano
to prop up my mortal remains.
I’ve got wild staring eyes.
And I’ve got a strong urge to fly.
But I’ve got nowhere to fly to.
Ooooh, Babe. When I pick up the phone

(Roger! is he your doctor?
What a coincidence!)

There’s still nobody home.

I’ve got a pair of Gohills boots
And I’ve got fading roots.

Nessuno in casa

Ho un piccolo libro nero
con le mie poesie
Ho una borsa con uno spazzolino
e il pettine
Quando faccio il bravo cane
qualche volta mi buttano un osso
Ho degli elastici
che tengono insieme le mie scarpe
Ho una di quelle depressioni
da mano gonfia
Ho tredici canali di merda
da scegliere alla TV
Ho la luce elettrica
E ho una seconda vista
Ho un sorprendente spirito di osservazione
Ed è per questo che so
Che quando
cerco di telefonarti
Non trovo mai nessuno a casa

Ho la pettinatura alla [Jimi] Hendrix
e gli inevitabili segni delle bruciature
sul davanti della mia
camicia di raso preferita
Ho macchie di nicotina sulle dita
Ho un cucchiaino d’argento
attaccato ad una catenella
Ho un pianoforte a coda
su cui esporre i miei resti mortali
Ho dei selvaggi occhi stralunati
ed ho un gran bisogno di volare
Ma non so dove andare
Oh, bambina, quando alzo il telefono

(Roger! E’ il tuo dottore?
Che coincidenza!)

Non c’è ancora nessuno in casa

Ho un paio di stivali Gohills
E radici che stanno svanendo


Nel suo fragilissimo stato mentale, Pink inizia ad elencare mentalmente alcuni oggetti che si presume siano le sole cose rimastegli della vecchia vita. Il primo della lista è il suo “piccolo libro nero” delle poesie che, se ricordate bene, è quello che il maestro gli strappa di mano durante la lezione in The happiest days of our lives. Nella seconda strofa viene citato lo spazzolino da denti ed il pettine, ed è qui che fermandosi ad un ascolto superficiale si potrebbe pensare: perchè inserire nel proprio elenco degli oggetti così banali. Credo non sia necessario ribadire ai lettori di quest’analisi che Roger Waters non ha mai  buttato nessuna parola a caso e che anche in questo caso, le scelte artistiche sono motivate da un profondo significato

Sforziamoci quindi di seguire un ragionamento che a mio parere è coerente con la complessità e l’autenticità di un’opera i cui autori non sono mai scesi a compromessi. Partiamo dagli oggetti che Pink elenca mentalmente: il libretto nero e la borsa. E’ chiaro che il libro con le poesie ha un carattere squisitamente personale ed unico, esso possiede anche una forte componente evocativa in quanto ricorda a Pink la sua infanzia rappresentando, nel contempo, il suo animo artistico (se ben ricordate, il maestro recita davanti alla classe le parole di Money); insomma, questo libretto è ciò che definisce Pink per quello che in realtà è sempre stato, un uomo con una grande sensibilità ed un talento fuori dal comune. Al contrario la borsa con spazzolino e pettine sono banali oggetti che si possono trovare nella valigia di chiunque, ed è interessante notare come tutta la canzone si basi proprio sugli improbabili accostamenti tra “elementi artistici” (il libro di poesie, il pianoforte a coda, la seconda vista) ed elementi comuni della vita quotidiana di qualunque individuo (televisione, luci elettriche, macchie di nicotina).

L’elenco che ci propone Pink è paradossale ma assume un significato profondo se lo interpretiamo come il modo in cui l’autore descrive metaforicamente la difficoltà di coniugare le proprie aspirazioni artistiche con la vita di tutti i giorni. La frase “Quando faccio il bravo cane qualche volta mi buttano un osso” riflette il modo in cui percepisce se stesso nel momento in cui si esprime artisticamente, e cioè un animale che viene premiato perché ha compiaciuto il suo padrone. Ancora una volta l’autore affronta le contraddizioni del mondo dello show business dove l’artista è soggetto a logiche legate al “far soldi”. In tal senso il “padrone” di una rock star potrebbe essere il suo produttore che gli fa vendere i dischi e organizza i tour, padroni possono essere considerati anche i fan che lo applaudono, ed in questa contrapposizione tra “arte” e “denaro”, “spirituale” e “terreno”, “sogno” e “realtà” si snoda il senso di questa splendida canzone.

A questo punto viene da chiedersi il motivo per il quale un’artista affermato e di successo possa vivere un così profondo senso di frustrazione a contatto con il proprio pubblico e più in genere con la parte più “concreta” del suo mestiere. In fondo molti artisti vivono le loro vite compiaciuti del fatto di potersi esprimere ed al contempo “guadagnarsi il pane”.

Per approfondire la questione è necessario fare una premessa: innanzitutto chi fa arte non segue un cliché prestabilito e conforme a determinate caratteristiche, al contrario, così come ognuno di noi è unico, la stessa eccezionalità va riconosciuta agli artisti: ne esistono capaci di creare attraverso la gioia, qui è proprio la gioia di vivere ad alimentare la loro sensibilità, mentre ve ne sono altri che mettono a frutto i propri disagi interiori esorcizzandoli in un’opera d’arte. Picasso è stato un grande artista, ma non per questo maledetto ed inquieto, cosa che non si può dire di Van Gogh. Chi non comprende appieno l’animo di un artista è facile che ne giudichi superficialmente gli atteggiamenti bollandoli come stravaganza ed eccentricità.

Ad ogni modo, non è necessario essere artisti per capire quanto sia difficile esprimere le proprie emozioni nella concretezza del quotidiano: per buona parte degli esseri umani chi fa arte lo fa per hobby e quando con l’arte ti arricchisci i più pensano che lo fai per denaro; la condizione di essere trascinati da forti passioni (che non sono semplici hobby) è spesso sconosciuta ai più: l’idea che un uomo possa sperimentare un moto interiore talmente furioso da dover essere liberato a costo di qualsiasi sacrificio, e che al contempo non abbia un mero e diretto scopo terreno, è per buona parte della popolazione terrestre roba da santi o pazzi. Ebbene, secondo la realtà di questi fatti la sensibilità individuale di ogni uomo è ciò che regola il modo in cui appare agli altri: un artista può reagire alla propria “diversità” comportandosi in maniera stravagante, qualità che caratterizza le personalità ribelli, oppure rifugiarsi in un mondo tutto suo, magari dentro un muro, per evitare di essere giudicato da quelli che non riescono a comprendere il proprio disagio interiore.

Pink fa sicuramente parte della seconda categoria, verso la fine della canzone canta di avere un forte desiderio di volare, ed in quel momento anche la musica segue quella manifestazione di libertà con il pianoforte e l’orchestra, per poi rassegnarsi e tornare nuovamente alla realtà (“Ma non so dove andare“). Per spiegare efficacemente questo momento del testo desidero aprire un’ulteriore parentesi: abbiamo poc’anzi detto che ogni artista trova una sua strategia per restare ancorato alla realtà; mentre il ribelle si comporta in maniera stravagante, una personalità più fragile e sensibile deve affidarsi ad altro, a meno che non voglia finire dentro un muro come il nostro. Per Pink l’unica salvezza dall’isolamento avrebbe potuto essere l’amore di sua moglie, dei figli, una casa in cui coltivare i propri affetti e nello stesso tempo esprimersi artisticamente. Ecco il motivo del suo desiderio di volare seguito subito dopo dalla triste consapevolezza di non avere nessun posto da raggiungere. La sua casa è una camera d’albergo, la moglie lo ha lasciato e le uniche cose che possiede sono una lista di oggetti che rappresentano le sue qualità artistiche ma che nello stesso tempo sono sterili e senz’anima.

Nobody Home può essere così interpretata come il dramma esistenziale di tutte quelle personalità inquiete che devono confrontarsi con la realtà del quotidiano per evitare di ritrovarsi isolati da tutto e tutti in un mondo silenzioso e frustrante. La consapevolezza da parte di Pink di questa condizione è elemento fondamentale per comprendere quanto una parte di lui fosse ancora assolutamente lucida e desiderosa di risolvere il problema, almeno fino a questo momento.

Così come nella precedente Is there anybody out there, anche in Nobody Home i riferimenti al frontman originale della band (Syd Barrett) sono evidenti. Anche se lo stesso Waters ha dichiarato che la “permanente alla Hendrix” era un taglio di capelli molto diffuso negli anni 70, Barrett è piuttosto noto per aver tenuto quel tipo di acconciatura in diverse occasioni, figura in molte delle foto pubblicitarie della band e nei video promozionali come quello di JugBand Blues. Anche la frase “Ho dei selvaggi occhi stralunati” è un diretto riferimento alla dipendenza da droghe di Syd Barrett che, com’è noto, aveva l’abitudine di miscelare la sua pomata per capelli con il Metaqualon: la miscela si sarebbe sciolta durante il concerto a causa del calore dei fari, rilasciando lentamente il farmaco sedativo-ipnotico nel suo corpo e rendendolo sempre imprevedibile e con occhi stralunati. A completare la lista di attributi legati a Barrett il paio di stivali Gohills, marchio molto di moda in Gran Bretagna alla fine degli anni ’60, e la fissazione dell’ex-leader dei Pink Floyd di utilizzare fasce elastiche al posto dei normali lacci per gli stivali.

Oltre ai riferimenti specifici a Syd, richiami più generici alla droga sono sparsi per tutta la canzone. Il cucchiaino d’argento sulla catenina è un metodo molto popolare per assumere cocaina, in particolare a cavallo tra gli anni 70 ed 80; la depressione da mani gonfie potrebbe alludere al problema in cui incorrono i consumatori di eroina, e cioè al fatto che gli si gonfino le mani o semplicemente a quella sensazione di gonfiore che si sperimenta quando si assume un allucinogeno.

Dopo aver sufficientemente chiarito gli aspetti intrinsechi all’isolamento di Pink, che in Nobody Home vengono sviscerati fino all’osso, resta da chiarire il soggetto che l’uomo cerca di raggiungere (invano) telefonicamente. Sulla base della nostra conoscenza dell’opera si potrebbe pensare alla moglie, ipotesi confermata anche dalle immagini del film. Tuttavia sebbene il regista voglia lasciarci intendere che sia ancora la moglie adultera che la rock-star cerca di raggiungere telefonicamente, le scene successive (ed in particolare quella del manicomio di cui parlerò in seguito) mi portano a considerare la frase “nessuno in casa” direttamente collegata ad un modo di dire tipicamente inglese che indica colui che non è mentalmente presente. Il che significa che la persona che Pink cerca di raggiungere al telefono è in realtà sè stesso. A confermare quest’ipotesi la frase “Ho radici che scompaiono” che simboleggia quell’ancoraggio alla realtà che sta lentamente svanendo.

Passiamo adesso all’analisi delle scene del film la cui prima parte è dominata dalle scene di The Dam Busters. Dopo appena un minuto, a sostenere il crescendo musicale ed in contemporanea alla frase “Ho tredici canali di merda da scegliere alla TV“, l’uomo si accanisce sul telecomando nel tentativo di trovare un canale che non trasmetta il solito film ispirato alla seconda guerra mondiale: probabilmente il tentativo di reprimere le emozioni dolorose. Si sofferma per poco su una sequenza del cartone animato Tom & Jerry, immagine che lo riporta alla sua infanzia, per poi saltare velocemente tra gli altri canali e fermarsi su una scena d’amore che attira la sua attenzione. A questo punto il regista ci riporta alle scene di Mother con la sequenza in cui Pink fa a pezzi il telefono che, se ricordate, rappresentava l’interruzione di qualsiasi contatto con la moglie. E’ proprio il flashback che porta a pensare che in questo caso la moglie non c’entra nulla: Pink ricorda quell’evento e lo associa alla sensazione della fine del contatto, solo che questa volta è proprio se stesso che sta lasciando andare. Inevitabilmente il telecomando lo condurrà nuovamente a The Dam Busters, a sottolineare ancora una volta l’ossessione dell’uomo per quella guerra che gli ha portato via il padre.

A questo punto la scena cambia in ciò che Gerald Scarfe definisce, nei commenti sul dvd, “un panorama musicale alienato“. La solitudine di Pink viene convogliata in un paesaggio di alberi spogli e morti; le sue difese interiori, quelle che lo hanno portato alla costruzione del muro, sono rappresentate dal filo spinato e dai martelli incrociati, qui simbolo di violenza e distruzione. Nella splendida immagine dell’uomo seduto sulla sedia davanti alla tv e circondato da un paesaggio triste, Pink adulto si trasforma nel suo alter-ego bambino che, alzandosi, esplora lo sterile paesaggio devastato dalla guerra, i soldati morti, le trincee.

Con una magistrale tecnica di montaggio il regista riesce poi a condurci in mezzo a delle fila di letti d’ospedale (le stesse immagini del video Hey You escluso dal film). Dopo essere passato vicino ad un letto con sopra una camicia di forza, Pink bambino raggiunge il suo se stesso adulto accovacciato nell’angolo di una stanza dell’ospedale, che tiene gelosamente tra le mani il suo “libro nero”. Potrebbe essere questa la “Funny Farm” di “Old Pink” (il messaggio riprodotto in reverse) che troviamo in Empty Spaces.

La scena è densa di suspense tanto che siamo tentati, durante la visione, di distogliere lo sguardo per paura di restarne impressionati. Il ragazzo tocca l’uomo sulla spalla, questi si gira con uno sguardo folle sottolineato da un effetto acustico simile ad un grido. Il bambino si spaventa e fugge. Si potrebbe azzardare l’ipotesi che l’incontro tra i due rappresenti la parte razionale che s’incontra faccia a faccia e per la prima volta con l’inconscio represso e cioè la follia. Per la maggior parte della sua vita Pink ha proiettato tutte le sue colpe sul mondo, facendo di sè stesso un martire innocente disprezzato dalla vita. In questa scena si trova davanti a ciò che ha cercato di negare, e cioè non quel mondo colpevole del suo stato, ma qualcosa nella sua testa che non ha mai funzionato come doveva.

The Dam Busters riempie ancora una volta lo schermo mostrando in modo appropriato una scena emotiva che descrive la morte e la perdita personale. Nella scena un cane si aggira intorno alla base aerea alla ricerca del suo padrone che è morto nel raid in cui si è tentato di distruggere le dighe tedesche. Nel trambusto il cane viene investito da uno degli ufficiali, la sua morte rappresenta il paradosso insito nella guerra, e cioè che ogni vittoria comporta comunque delle perdite che, umanamente parlando, la vanificano. Proprio come il cane alla ricerca del suo padrone, Pink ha trascorso la sua vita alla ricerca di qualcosa che potesse riempire il vuoto lasciato dal padre. Non sorprende che a questo punto l’uomo regredisca completamente nel suo passato sdoppiandosi nel fanciullo. Quello stesso fanciullo che guarda il proprio io adulto in stato catatonico prima di allontanarsi nel paesaggio brullo, tra la nebbia.

Il significato di quest’ultima immagine è uno dei più profondi di tutto il film: la parte folle di Pink è quella che rimane sulla poltrona, la parte sana invece, quella che fino ad ora gli aveva consentito un sufficiente aggancio con la realtà, è rappresentata dal bambino che si allontana nella nebbia, lasciando al folle il controllo di ciò che accadrà nelle scene successive.


Curiosità
  • I got nicotine stains… my mortal remains: secondo Wikipedia questi versi in particolare potrebbero riferirsi a Richard Wright. Il cucchiaino d’argento (usato per assumere cocaina) e il pianoforte suggeriscono questa idea, perché pare che Wright, tastierista dei Pink Floyd, all’epoca fosse dipendente dalla droga, e proprio per questo fu estromesso dal gruppo proprio durante il tour di The Wall.
  • Nella frase “I got elastic bands keeping my shoes on” ancora un altro riferimento a Syd che, nel periodo in cui cominciava a stare male mentalmente, iniziò a non allacciarsi più gli stivali ed usava molto spesso dei semplici elastici per tenerli
  • Al minuto 3,01 dell’album in studio si può sentire qualcuno che dice “Surprise, Surprise, Surprise!”. La registrazione proviene dal The Andy Griffith Show ed in particolare l’intervento di un tale Gomer Pyle.
Formazione
  • Roger Waters – voce, VCS3
  • David Gilmour – basso
  • Richard Wright – sintetizzatore Prophet-5
  • Bob Ezrin – pianoforte
  • New York Orchestra – archi e ottoni
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Indice

"Pink Floyd's 'The Wall': Dietro il muro" © 2011-2017 Nicola Randone. Lyrics / Artwork © 1979 Pink Floyd / Gerald Scarfe. Images from the movie © 1982 Sony Music Entertainment. E’ facoltà di chi lo desidera riportare i contenuti della presente opera a patto di citare la fonte e comunque nella sola eventualità che si tratti di progetti senza finalità di lucro. Ogni uso non autorizzato dei testi sarà perseguito nei termini di legge.

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"Pink Floyd's 'The Wall': Dietro il muro" © 2011-2017 Nicola Randone. Lyrics / Artwork © 1979 Pink Floyd / Gerald Scarfe. Images from the movie © 1982 Sony Music Entertainment.